“GIUSTO FRA LE NAZIONI”

Giorgio Perlasca Como – 31 gennaio 1910, Padova – 15 agosto 1992
Negli anni ’60 il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, lo Yad Vashem (Ente Nazionale Israeliano), iniziò un progetto mondiale per assegnare il titolo di “Giusti fra le Nazioni” ai non Ebrei, che rischiarono le loro vite per salvare gli Ebrei, durante la Shoah.
A ciascuno di questi uomini ha dedicato un albero nel “Giardino dei Giusti delle Nazioni”. Uno di questi porta il nome di Giorgio Perlasca.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Perlasca lavorava come agente venditore con permesso diplomatico per una ditta di Trieste, in Croazia, Serbia e Romania e, dal 1942, in Ungheria.
Perlasca aveva partecipato alla guerra di Spagna con l’esercito italiano e per questo si era guadagnato un attestato di merito, firmato dal generalissimo Franco: un lasciapassare valido in tutti i consolati e ambasciate di Spagna.
Tornato in Italia al termine della guerra civile spagnola, Perlasca criticò pesantemente l’alleanza con la Germania, contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima, e le leggi razziali, entrate in vigore nel 1938, che sancivano la discriminazione degli Ebrei italiani. Perlasca smise perciò di essere fascista, senza però mai diventare un antifascista.
L’8 settembre del 1943, giorno dell’armistizio tra Italia e Alleati, Perlasca si trovava a Budapest; sentendosi vincolato dal giuramento di fedeltà prestato al Re, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Venne arrestato e internato in un castello riservato ai diplomatici, ma verso metà ottobre del 1944 riuscì a scappare e a rifugiarsi nell’ambasciata di Spagna.
Era arrivato il momento di utilizzare il suo preziosissimo salvacondotto. Ottenne una cittadinanza e un passaporto fittizi, a nome di “Jorge Perlasca” e di fatto diventò un cittadino spagnolo. Affiancò l’ambasciatore spagnolo, con delega, alle case protette spagnole, in territorio ungherese.
A fine novembre il console spagnolo dovette lasciare Budapest e l’Ungheria e il giorno dopo il Ministero degli Interni ungherese ordinò di sgomberare le case protette. Perlasca non perse tempo: all’insaputa del console e della stessa Spagna, compilò di suo pugno la sua nomina a rappresentante diplomatico spagnolo e la presentò al Ministero degli Esteri, dove le sue credenziali vennero accolte senza riserve. Fu creduto e le operazioni di rastrellamento vennero sospese.
SITUAZIONE DEGLI EBREI IN UNGHERIA
Fin dalla prima guerra mondiale gli Ebrei in Ungheria si sentivano integrati in tutti i campi: erano fedeli alla nazione, fortemente patriottici e i sentimenti antisemiti venivano prontamente repressi. Questo rapporto di amicizia con il popolo ungherese iniziò ad incrinarsi subito dopo la sconfitta del 1918. L’Ungheria aveva perso la guerra, il suo sbocco sul mare e un terzo del suo territorio ed era diventata molto povera. In tale atmosfera maturarono una serie di movimenti ultranazionalistici, il cui scopo principale era quello di trovare un colpevole a cui attribuire le responsabilità di tale situazione: gli Ebrei diventarono il capro espiatorio.
Per contenere il malcontento furono promulgate alcune leggi a sfavore degli Ebrei: diminuirono i posti di lavoro a loro riservati, vennero proibiti i matrimoni misti, non era consentito loro portare armi, ma venivano arruolati nell’esercito per bonificare territori piene di mine, senza nessuna competenza in merito. In questo modo 50 mila Ebrei morirono sui campi di battaglia.
Quando Perlasca arrivò a Budapest la situazione era relativamente tranquilla, le case protette erano case che godevano del diritto di extra territorialità. Paesi, come Spagna, Svizzera, Svezia, Portogallo si erano dichiarati neutrali alla guerra e i beni immobili che possedevano in territorio straniero erano luoghi sicuri.
DICEMBRE 1944 – GENNAIO 1945: I 45 GIORNI DI JORGE PERLASCA
Nelle vesti di diplomatico resse da solo l’ambasciata spagnola, difese, salvò e sfamò migliaia di persone che si trovavano nelle “case protette”, lungo il Danubio; trattò ogni giorno con il governo ungherese e le autorità di occupazione tedesche. Rilasciò salvacondotti di questo tipo:
… “parenti spagnoli hanno richiesto la sua presenza in Spagna; sino a che le comunicazioni non verranno ristabilite ed il viaggio possibile, Lei resterà qui sotto la protezione del governo spagnolo”
Sfruttò una legge del 1024 che riconosceva la cittadinanza spagnola a tutti gli Ebrei sparsi nel mondo, di ascendenza sefardita (di antica origine spagnola, cacciati alcune centinaia di anni prima, al tempo della Regina Isabella, la Cattolica). Tale legge era, dunque, la base legale dell’intera operazione organizzata da Perlasca e gli permise di portare in salvo 5218 Ebrei ungheresi.
Alla fine della guerra, dopo l’entrata a Budapest dell’Armata Rossa, Perlasca dovette abbandonare il suo ruolo di diplomatico spagnolo, perché in quanto filofascista era ricercato dai Sovietici.
DOPO GUERRA
Dopo la guerra, al suo rientro in Italia, Perlasca scrisse un memoriale con il quale informava i Governi spagnolo e italiano e l’ambasciatore che aveva sostituito di quanto era accaduto, ma nessuno rispose. Il tutto cadde nell’oblio e Perlasca per lungo tempo “dimenticò” quegli anni, fino a quando la vicenda divenne pubblica.
Nel 1987 un gruppo di donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni e sopravvissute alla Shoah, attraverso il giornale della comunità ebraica di Budapest, ricercarono notizie del diplomatico spagnolo, che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate. Finalmente la vicenda di Giorgio Perlasca uscì dal silenzio.
Il 22 maggio 2005, il Comune di Levico Terme, località dove Giorgio Perlasca ha trascorso per anni le vacanze estive, ha inaugurato il Giardino della Memoria presso il Giardino dell’ex Ospedale. E’ stato piantato un albero in suo ricordo.






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