10 novembre – Giornata mondiale della scienza per la pace e lo sviluppo: Albert Bruce Sabin e il vaccino antipolio

Il 10 novembre di ogni anno viene celebrata in tutto il mondo la Giornata mondiale della scienza per la pace e lo sviluppo al fine di promuovere il progresso e l’utilizzo responsabile della scienza. La ricorrenza è stata istituita nel 2011 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO).
Mai come quest’anno lo slogan della Giornata della scienza nonché anche quello dell’Agenda 2030 “Leave no one behind” (non lasciare nessuno indietro) risuona in modo particolarmente forte: progresso e benessere rappresentano un bene comune e per poterli raggiungere pienamente è necessario avere una visione collettiva. La pandemia ha infatti inesorabilmente ricordato agli esseri umani di appartenere alla stessa specie, nonché di essere tutti uguali nelle nostre meravigliose e numerosissime diversità culturali; non solo: in questi mesi abbiamo di nuovo capito quanto la salute rappresenti un bene da salvaguardare e quanto il benessere individuale sia strettamente collegato a quello altrui.
Una delle persone che più ha fatto proprio il motto “Leave no one behind”, che ne ha compreso la profonda importanza e che ha messo in pratica nelle sue ricerche è stato il virologo Albert Bruce Sabin.

Albert Sabin nasce nel 1906 nel ghetto di Bialystok in Polonia e si trasferisce negli Stati Uniti nel 1921 a causa del sempre più forte clima ostile nei confronti degli ebrei. La famiglia di Sabin è infatti di religione ebraica e originariamente il suo nome, successivamente americanizzato, era Abram Saperstein. Albert sperimenta sulla sua pelle gli effetti di questo forte clima d’odio: sin da bambino non vede dall’occhio destro e quando è ancora piccolo un coetaneo gli scaglia contro una pietra che per poco non colpisce in pieno l’occhio sano, rischiando di accecarlo definitivamente.
Già ventenne Albert legge un libro che cambia completamente il corso della sua vita intitolato “I cacciatori di microbi” (Paul de Kruif): ne rimane talmente colpito che decide di iscriversi alla facoltà di medicina di New York e continua a coltivare forsennatamente la sua passione per i microbi anche fuori dall’università.
Conseguita la laurea in medicina inizia a lavorare presso l’università di Cincinnati e nel 1946 viene nominato capo della ricerca pediatrica: qua conosce il professor William Hallock Park che diventerà suo mentore nella ricerca sulle malattie infettive e sui vaccini. In seguito ad una forte pandemia di poliomelite, malattia virale acuta e altamente contagiosa che portava a febbre e manifestazioni neurologiche irreversibili, migliaia di persone negli Stati Uniti rimangono uccise o paralizzate. Sabin, grazie anche al forte sprono di Park, si immerge nello studio e nella ricerca con lo scopo di trovare un vaccino per questa terribile malattia.
Nel 1939 Sabin annuncia alla comunità scientifica una enorme scoperta: contrariamente a quanto pensato fino ad allora, la sede prediletta del virus era l’intestino e non i polmoni. In questo modo fu possibile concentrare le ricerche su un farmaco che fosse in grado di debellare un virus enterico e non, come pensato fino a quel momento, un virus respiratorio. Purtroppo lo stesso anno scoppia la seconda guerra mondiale: le ricerche di Sabin subiscono uno stop improvviso e il virologo scende in campo con l’esercito americano come consulente medico, prima in Sicilia e poi ad Okinawa. Durante quegli anni il virologo subisce una forte perdita: le SS tedesche uccidono a Bialystok le due nipotine Amy e Deborah.
Dopo la fine della guerra, nel 1947, Sabin si trova in un ospedale militare a Berlino e assiste nuovamente a una disastrosa epidemia di poliomelite che colpisce moltissimi bambini. Albert, non appena tornato in America, riprende immediatamente le ricerche. Nel frattempo in America i casi aumentano a dismisura e in Europa la polio dilaga, facendo una terribile strage nell’epidemia di Copenaghen, nel 1952. Sono passati ormai diversi anni e nonostante i vari tentativi di altri virologi, fallimentari e in alcuni casi mortali, il virus continua il suo cammino e sembra avere la meglio.
Le lunghe e faticose ricerche di Sabin cominciano ad avere dei risultati: il virologo sembra aver trovato un vaccino, che viene testato prima sui reni delle scimmie e in seguito sull’uomo. Sabin testa in primis su se stesso gli effetti del vaccino e solo in seguito su altre persone; dopo centinaia di test il vaccino viene somministrato come prova anche ai bambini e in particolare su Amy e Deborah, figlie di Sabin e chiamate così in ricordo delle nipotine trucidate dalle SS.
In quegli anni un altro virologo, J.E. Salk, mette a punto un vaccino per la polio e inizialmente in America preferirono quest’ultimo, nonostante non riuscisse a prevenire il contagio, si dovesse iniettare e prevedesse più di una dose.

Quello di Sabin, al contrario, permetteva di evitare il contagio, prevedeva una sola dose ed era possibile assumerlo per bocca, con qualche goccia su una zolletta di zucchero.

Le ragioni legate alla scelta di preferire il vaccino di Salk a quello di Sabin sono diverse e confusionarie: molti sostengono però che la provenienza geografica e culturale di Sabin abbia influito perché non considerato un vero americano. Fortunatamente i suoi studi non furono vani: molti paesi dell’est richiesero a gran voce il vaccino e in poco tempo venne somministrato su migliaia di persone arrivando persino a Singapore. In Italia il vaccino viene approvato nel 1963 e reso obbligatorio tre anni dopo; nei paesi in cui è obbligatorio la poliomelite scompare. Visti i sensazionali risultati, l’assenza di pericoli e l’estrema semplicità di somministrazione, la medicina viene prodotta su larga scala e seppur con anni di ritardo, anche l’America fa marcia indietro e adotta il vaccino Sabin.
Tra il 1962 e il 1963 finalmente Albert ottiene la meritata riconoscenza scientifica e grazie ad una semplice zolletta di zucchero inzuppata con il medicinale migliaia di bambini vengono vaccinati in tutto il mondo.

“Leave no one behind” dice il motto e Sabin ne è stato un promotore: per evitare lo sfruttamento commerciale delle farmacie e quindi l’aumento dei costi del vaccino, lo scienziato non brevettò mai la sua invenzione, rinunciando così ad un immenso guadagno. È diventata celebre la sua risposta durante una conferenza sulla promozione del vaccino:

«Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo»

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